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Le Lettere di Alessandra Macinghi Strozzi

Le Lettere di Alessandra Macinghi Strozzi

Lettera IV

Al nome di Dio, a dì 13 di luglo 1449
P(er) Soldo ebi l'utima tua, che fu de· dì 3 del passato; e non ò fatto prima risposta aspettando farla
p(er) Matteo. Farolla per questa.
Avisoti chome Soldo giunse qui a dì 15 del passato, ed era di mala vogla. Anda'lo a vicitare più volte
e ragionammo insieme del mandare Matteo, chome ero chontenta di farne la volontà di Nic(h)olò
e tua, veduto il gran disidèro avete di tirarlo inanzi e farllo da qualche chosa, non guarda[n]do ala consolazione
mia, ma all'utile vostro, chome senpre ò fatto e così farò insino al fine. E pensa se m'è
dura chosa, quando penso chome io rimasi giovane ' allevare cinque figluoli e di poca età, come
savate; e questo Matteo mi rimase in chorpo, ed òmello allevato crede[n]do che altro che la morte
non-l partissi da me; e masimamente, di tre, avendone due di fuori, mi pareva fussi abastanza.
Ora veg(g)o quanto me n'avete iscritto e most[r]omi le ragioni che questo è l'utile e ll'onore vostro,
e simile me n'à detto Soldo: ò diliberato non guardare che di tre figluoli niuno n'abia a' mie bisongni,
ma fare il ben vostro. E sì t'aviso chome l'ò messo in punto d'ongni cosa, cioè: un mantello nuovo
in quella forma mi disse Soldo, e un go(n)nellino pagonazzo, e u(n) farsetto di quello medesimo, e camicie,
altre chose che mi pare sia di bisongno e simile; e choltellini e pianelle fratesche e palle.
E tutto quello à chiesto a Matteo è chonperato. Ebi da' Chaponi, chon parola di Soldo, per chonperare quello
e' fa di bisongno, fiorini otto. Ora, dovendo partire a questi dì, il fanciullo è ito a vedere e a far motto a questi
mia e vostri parenti. Infine, tutti m'à(n)no gridato ch'i' ò poco caro questo fanciullo, e ch'i' sono una pazza
a mandallo p(er) questo tenpo: si' p(er) la morìa ch'è per tutto, e si' pel gran chaldo ch'è; che le persone grandi
e che son usi a chavalchare è lloro ispiacievole il chaminare, nonché al fanciullo, ch'è di gientile
chonpressione. Che se pella via non amalassi di morbo, che non sarè gran fatto, per gl'aberghi che ànno
a fare, son cierta non-l chondurrebe sanza una febre: che conosco la natura sua, e seguendone
men che bene pella via, non riuscirebbe il pensier tuo, ed io non sare' mai più contenta; e detto mi sarebe:
«Ben ti sta!». Che insino a Neri di Gin Cappo(ni) mi mandò a dire ch'i' ero una sciocha a mandallo.
E più ier mattina ci vennono dua frati dell'Oservanza di San Fra[n]ciesco, ch'erano molto amici di
vostro padre; e sì mi sconfortorono del mandarlo ora, ch'è troppo gran pericho[lo]. E tanto m'ànno
detto loro e gl'altri che ci volglon bene, ch'io iscrisi duo versi a Soldo, che per veru· modo non
volevo mandallo ora; ma più qua a settenbre, che sarà miglorato la cosa e passato il chaldo, lo
manderò. E non avendo altra chonpagnia, manderò Angnolo da Quarachi, o Pagolo che stette chon
Nicholò quando era qua. E per tanto abiate pazienza pella salute sua u· mmese e mezzo
o due il più: che quando fussi morto, no· ll'aresti nè ttu ned io. A fine di bene fo tutto. Sicché dillo
con Nicholò, ch'egl'è 'n punto, e non à se nnon a salire a chavallo; e altra ispesa non bisongnerà fare
dal chavallo in fuori. Che abia pazienza do mesi, che cierto lo manderò. Che Idio gli dia della suo
grazia, chome io disidero.
Mandoti sotto lettere di Marcho una prochura, che in quel modo la faccia fare. E togli notaio intendente;
e in charta di pechora vol essere. Sicché falla fare più presto che puoi e mandala sotto
lette(re) o di Marco o d'Antonio Strozi: in quel modo venga più sicura; che è di nicistà adoperarla,
pe· mia e vostri fatti.
Della chasa non s'è fatto nulla, che Donato Ruciellai non è a Firenze per rispetto della morì
a che ci fa danno, che ci è dì ne va 20 o 24; ed io anchora me ne vo a Quarachi e, non sendo quivi
buona stanza, n'andrò in quel di Prato. Siché, per ora, non si ragiona di casa e non p(er)diàno le ragioni
nostre: la chasa non à ' uscire di noi, s'io vivo.
Avisoti chome è morto Antoniagiolo di Challo Macingni, di morbo, in duo dì. Idio gl'abia
fatto perdono.
La Ginevra di Nicholò Soderini dicie ti scriverrà una lettera quanto vorrà faccia del lino.
Ragionerò chon Soldo di cierti danari s'ànno a rriscuotere per voi a Pesero, siché domandanelo,
che troppo lungo sarebbe a scrivere. E anchora ti richordo che quando Matteo verrà, overo
sarà chostà, che ttu no· lgli faccia chome ò sentito facievi a lLorenzo: sieti rachomandato, che non cie
ne riman più. Nè altro per questa. Idio di male ti guardi. Rachomandaci a Nicholò. Non gl'ò
fatto risposta, che ò 'vuto tanta faccienda tra ordinare Matteo e achordarmi cho· que' delle vendite
e ordinare d'andare in villa, che ma' più non v'andai, ch'io non n'ò 'vuto agio. Poi Matteo
è stato in villa e sono stata sola. Abiatemi per escusata. P(er) la tua Allesandra, in Firenze.

Domattina, se a Dio piacierà, n'andrò in villa. Iscrivimi ispesso, e dove sete.